Farina e fili rossi

Oggi ho preparato il pane.

Non avevo mai fatto il pane in vita mia: chi mi conosce sa che mi diletto in cucina. Dolci, rustici, torte dolci e salate, primi, secondi e pure contorni. Ma il pane, quello mai.

Perché per il pane ci vuole tempo, bisogna aspettare. Aspettare i lunghi tempi di lievitazione, aspettare che cresca nel mondo giusto, che sia gonfio, areato.

Ma il motivo non è solo questo. Il pane lo diamo per scontato, è qualcosa che ormai troviamo in tavola ogni giorno, più volte al giorno. Siamo abituati al profumo, allo scricchiolio della crosta, al sapore fragrante. C’è chi lo fa per noi, e tanto basta.

Così capita con tutte le cose semplici: si finisce per darle per scontate. E non c’è niente, niente di più terribile.

In questo periodo incerto, questo tempo di solitudine e riflessione, abbiamo riscoperto la bellezza delle cose semplici. Ormai quasi tutti preparano il pane da sé, in casa, abbiamo tutti le mani sporche d’acqua e farina. Ed è meraviglioso. Un dono.

Ecco come dobbiamo considerare questo tempo: un dono.

Non certo per i morti, per i malati, per la terapia intensiva che non ha più posti. Per le mascherine che non si trovano più, e per tutti quelli che ancora girano per strada, rischiando la vita: la propria, e quella di chi ad uscire è davvero costretto.

No, per quello non possiamo essere grati.

Ma per il tempo, per questo tempo che ci è stato concesso, per il tempo sì.

Perché per la prima volta dopo tanto tempo abbiamo l’occasione di riscoprire noi stessi, di conoscerci davvero. Di guardare la bellezza, le piccole cose, quelle pulite, quelle di una volta, con occhi nuovi. E non trovarle più banali e scontate, ma sacre.

Restiamo a casa, e facciamo il pane. Parliamo con i nostri genitori, con i nostri figli, con i nostri compagni e le nostre compagne. Riscopriamo vecchie passioni, hobby, interessi. Leggiamo libri, informiamoci.

La Terra aveva bisogno di una pausa dal virus peggiore di tutti: l’uomo.

Ecco, usiamo questo tempo anche per riscoprire il rispetto di quella Terra che abbiamo sfruttato, spolpato fino all’osso. Dimostriamoci migliori.

S’io facessi il fornaio vorrei cuocere un pane cosi grande da sfamare tutta, tutta la gente che non ha da mangiare. Un pane pia grande del sole, dorato, profumato come le viole. Un pane cosi verrebbero a mangiarlo dall’India e dal Chilì i poveri, i bambini, i vecchietti e gli uccellini. Sarà una data da studiare a memoria: un giorno senza fame! Il più bel giorno di tutta la storia!
(Gianni Rodari)

Ed approfitto di questo spazio per parlarvi di un’altra iniziativa bellina assai:

come redazione di thewebcoffee.net (Samantha Tamac è l’acronimo di tutte le ragazze che vi collaborano), abbiamo messo su un libro. Un libro scritto da donne, che parla di donne e di…amore, certo.
Amore per un uomo, per una donna, per la vita e per sé stesse.
Undici storie per undici donne.
Il filo rosso, si intitola: perché siamo tutte legate, nonostante distanze, età diverse, percorsi opposti.
Un filo rosso che segue ognuna delle protagoniste, e che le porterà ad incontrarsi, scontrarsi, del tutto inconsapevolmente.
Ah, cosa super bella e super importante:
il ricavato sarà devoluto interamente ad un’associazione volontaria impegnata nella lotta contro il tumore al seno, la Komen Italia.
Durante questa quarantena, facciamo cose belle e proviamo a donare un sorriso.

La mia storia è l’ultima presente nel libro, e sono fiera di dire che è quella che ha donato “il filo rosso” come titolo dell’antologia.

Ecco il link dove potrete acquistarlo, per ora in formato ebook, ma in questi giorni sarà disponibile anche il cartaceo.
Grazie, a tutti, di cuore.

Andrà tutto bene.

 

 

2 risposte a "Farina e fili rossi"

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